IL RUOLO DEL CLERO
Dall’altra parte della barricata i vescovi erano contrari al prete stregone e fattucchiere. Imponevano il rituale romano, il catechismo e il codice romano per sottrarre i preti dalla tentazione di strumentalizzare i riti sacri a fini magici. Inoltre condannavano duramente i preti indulgenti verso le pratiche superstiziose. L’ordinazione sacerdotale non preparava santoni, ma li consacrava ad un ufficio pubblico rispondente alle finalità universali della Chiesa. La concezione sociologica della Chiesa, vivissima nell’episcopato Veneto, si traduceva nella convinzione che la religione era liberatrice di tutte le forze avverse all’uomo, redentiva dei tabù ancestrali, delle diavolerie antiche e nuove.
Per realizzare questo piano i vescovi pensavano alla restaurazione dei seminari tridentini. I candidati al sacerdozio fin dall’infanzia crescevano nella disciplina barbarigianaDel Vescovo di Padova Gregorio Barbarigo. e nella pietà devozionale delle confraternite e, mediante una formazione umanistica alla scuola dei classici greci e latini, si predisponevano alla sintesi dottrinale più profonda in filosofia e teologia.
Mediante i seminari, gli studia humanitatis e gli organici programmi di teologia, i vescovi miravano a sradicare i giovani candidati al sacerdozio dal mondo contadino primitivo. Mondo che veniva visto impastato nei suoi elementi negativi di torbidi sentimenti, di ignoranza e di credenze magiche. Ma voleva anche tenerli lontani dal fascino del mondo borghese, dagli idoli del denaro e delle libertà.
I seminari educavano curati che scrivevano in lingua latina e greca, che conoscevano le più sottili disquisizioni della controversistica post tridentina, che diagnosticavano il valore morale dell’atto umano, ma sapevano anche scendere nei casoni dei pitocchi senza paura di sporcarsi e di imbrattarsi. Spiegavano il catechismo in lingua dialettale, non si vergognavano di spezzare il pane con il povero ed il bisnente. Il parroco Veneto non abbandonò le masse, non le rifiutò né le respinse.
“E’ dunque mestieri che il parroco si contenti di far quel che può, e non tanto che si creda di arrivare a quel tanto che santamente desidera”: in parole povere non doveva trasformare la parrocchia in un monastero.
Non si fece strada nel Veneto la riforma chirurgica dei costumi, quanto piuttosto la tolleranza pastorale.
L’idea prevalente era che i mali ci sono sempre stati e sempre ci sarebbero stati fino a che fosse durato il mondo. Chi avesse cercato di riportare l’ordine in modo inopportuno, senza precauzioni e prudenza, rischiava di creare più danno del male che voleva curare.A.C.V.Po., cart XV, Proposte per un sinodo di Casasola, Fossalta, parte II, cap. XV/4, 9 maggio 1860.
Il parroco mediamente era quindi teologicamente profondo, dialettico, educato sul metodo delle accademie e dei circoli di studio, portatore di una religione razionale e di un corpo di dottrine dotate di un linguaggio tecnico preciso. Aveva fiducia in una religione illuminata che sapesse dare forma organica alla rivelazione, anche attraverso il canto e la processione oltre che attraverso la semplice devozione.
In tutto il Veneto venne rifiutata l’idea dottrinale dell’abate Rosmini, che voleva aprire la via al liberalismo, considerandolo “diavoleria moderna”. Non venne invece ignorato l’ideale sacerdotale roveretano, basato sul concetto di un’aristocrazia dello spirito e della mente, ma sempre senza disdegnare la possibilità di scendere tra le masse.
I parroci non ritenevano una colpa leggere la Gazzetta, prendere un gelato o un caffè. Ma lo era invece fermarsi diverse ore in quei luoghi, o andarci e tornarci diverse volte al punto da trovarsi sul finir della giornata ad averci perso gran parte del tempo, danneggiando lo studio e trascurando i propri doveri.
Il parroco viveva tra la gente per conoscerne le virtù ed i difetti: era collocato in una condizione in cui non poteva trovarsi separato dai laici. Solo in questo modo avrebbe potuto venire a sapere quali problemi affliggevano le famiglie e si metteva in condizione di potervi porre rimedio. Si affratellava con i laici non per andare a braccetto con le persone che più avrebbe dovuto tenere lontane, bensì per coinvolgere il più ampio numero possibile di battezzati all’amministrazione dei beni della Chiesa. Si recava nei luoghi del decadimento morale per poterlo esorcizzare, cercando di riportare i non professanti sulla retta via.
Non mancava certo il prete che si portava dietro i vizi del volgo, che impiegava male il suo tempo, amante del vino e dell’interesse, pieno di superbia e presunzione, che si inimicava il popolo grazie alle sue avventure che portavano gravi scandali alla parrocchia. Non mancava neanche il parroco che riprendeva a memoria discorsi scritti da altri o che era precipitoso nel dir Messa di modo che nessuno riuscisse a seguirla per intero.
Ma nella massima parte i parroci “tengono i sermoni domenicali combattendo il vizio, esaltando le virtù e raccomandando la frequenza ai ss Sacramenti.” La loro opera era svolta in modo che potesse essere capita da tutti, insegnando i rudimenti della fede piuttosto che formulari vuoti di significato. La stessa scelta lessicale era intrapresa in modo da poter essere chiara così come l’ordine logico dei passaggi. Si può affermare che nei parroci si assistette ad una riscossa dell’empirismo intuitivo e operativo.
Presiedevano processioni, celebravano pie pratiche e novene, benedicevano ed amministravano sacramenti, scendevano anche in politica con i democratici, fondavano scuole, convocavano in chiesa le assemblee per la mutua e le cooperative.
Il parroco era insomma il termine di confronto sul terreno religioso e sociale con i moderati ed i socialisti. Fondava scuole per analfabeti, creava organi di stampa per combattere l’equivoco cattolico liberale, creava istituti di credito per combattere gli usurai; sviluppava progetti amministrativi per la giunta comunale per venire incontro alle vere esigenze dei cattolici, con contenuti più sociali che politici.
I parroci si impegnavano soprattutto nel promuovere il riposo festivo e il catechismo. Rimproveravano i padroni che non permettevano ai coloni di seguire il catechismo e non pagavano le decime. Dichiaravano il riposo festivo un diritto dell’uomo per ragioni religiose e di giustizia. I parroci preferivano la lotta a viso aperto con il radicale arrabbiato; non con sterili polemiche ma andando incontro alle classi più umili attraverso il corporativismo e la cooperazione, divenendo maestri di agronomia e spiegando in forma scientifica popolare le questioni agrarie e industriali. Sempre a soccorso delle classi più umili si trasformarono anche in banchieri promovendo la nascita delle casse rurali.
Di fatto i parroci cercarono di interpretare le esigenze della popolazione veneta durante gli anni neri della crisi agraria.Secondo Angelo Gambasin in gran parte ci riuscirono. L’idea era quella di promuove un risveglio della coscienza dei contadini, facendo loro capire di essere liberi dalle servitù feudali, tenendoli lontani da tendenze anarchiche e cercando di trattenerli dall’emigrazione.Sull’opera del parroco contadino: “La Vita del Popolo” 2 aprile 1898. Sull’influsso del parroco sui contadini: “La Vita del Popolo” 5 giugno 1897.
A viso aperto difesero l’insegnamento religioso nelle scuole. Non era insolito il prete intransigente che teneva lezioni di agronomia ed igiene e creava istituti di credito, che tutelava i diritti delle classi diseredate, che interveniva in ogni faccenda sia pubblica che privata. Non mancava il prete che si scagliava in pubblico contro le classi più facoltose perché con la loro rapacità privano i poveri anche del minimo indispensabile alla sussistenza, pretendendo affitti esagerati.Sull’opera del parroco contadino: “La Vita del Popolo” 2 aprile 1898. Sull’influsso del parroco sui contadini: “La Vita del Popolo” 5 giugno 1897
59 D.S., f Sartori, Catechismo tenuto da Andrea Scotton sul VII comandamento, anno 1887. L. Zolin, Comune e parrocchia di…, cit. pag 162-165.
Ma oltre al prete contadino esisteva anche il “prete democratico” che poneva come punto focale la formazione delle menti degli operai, attraverso la creazione di biblioteche popolari, al fine di spezzare il clima liberale e togliere agli operai le tentazioni socialiste. Questa figura non interessa però l’alta pianura se non marginalmente, in quanto la classe operaia qui deve ancora comparire.
Tornando al parroco contadino, il metodo con cui si rapportava al volgo era quello paternalista, realizzato attraverso organizzazioni accentrate.
I confini delle diocesi rimasero immutati rispetto a quelli fissati dal Papa Pio VII nel 1818. Con l’annessione al Regno nel 1866 si inquadrano giocoforza nel sistema amministrativo delle province in modo discontinuo.
Questa discontinuità tra le circoscrizioni delle province e le diocesi danno un chiaro segnale in questo periodo dell’unificazione e dell’accentramento amministrativo dello Stato.Angelo Gambasin, Parroci e contadini…, cit.
Indicano che assieme ai cambiamenti nella sfera della pubblica amministrazione, ci sarebbe stata una modernizzazione a livello di diocesi sia burocratica che tecnica. Veniva quindi dato un segnale forte di stabilità, ma allo stesso tempo si trasmetteva un segnale di adeguamento ai tempi e al nuovo stile di vita. In particolare la parrocchia si trovava ora impigliata nella rete della pubblica amministrazione.
La funzione della parrocchia non si limitava alla formazione della coscienza, ma doveva anche selezionare i segni che distinguevano la fede dalla mondanità. Non escludeva i bisogni e le aspirazioni dei cittadini, ma si ritrasformava in modo da accogliere nuove funzioni diventando più burocratica e mondana. L’anagrafe con i suoi dati quantitativi è qualcosa di esterno, ma fornisce la misura di come il costume si fondasse con la pratica religiosa.
Inoltre la struttura ecclesiastica non andava vista come complemento di quella pubblica. Si creava anzi un dualismo, una concorrenza, un’alternativa allo Stato. Gli stessi rapporti tra gli uffici della curia e dello Stato erano regolati in modo complicato e macchinoso.
La distribuzione geografica delle parrocchie tra campagne e colline non dava segni di frammentarietà, risultando invece unità nella fede. La forza di coesione del credo non era affatto sminuita dal rito e della disciplina.
Il supporto dell’intero apparato sociale, anche nelle sue figure rifletteva nel Veneto una situazione che andava dal passato al presente: il sovrastare degli edifici ecclesiastici sull’edilizia pubblica e privata, le processioni lungo le strade, le benedizioni dei matrimoni, la mediazione dei parroci nelle liti e negli atti testamentari, sono tutti indici di una grande influenza nella mentalità della popolazione (educata secondo la catechesi tridentina) contadina. La struttura piramidale della diocesi spingeva alla uniformità dottrinale e rituale e non soffocava l’istinto inventivo della religiosità popolare.
La situazione di centralità del clero non era comunque accettata indistintamente da tutti.
Le fasce più laiche demitizzavano il parroco: ne degradavano il pulpito da cattedra di verità a scuola oscurantista di superstizione. Screditavano la parrocchia come punto unico di riferimento per il costume e cercavano di sostituire nella vita sociale i rapporti di tipo socio-statuali ai consolidati rapporti socio-religiosi o socio-familiari. Tenendo comportamenti di tipo agnostico, militavano nei partiti democratici. Leggevano i libri condannati e messi all’indice e concludevano gli affari ed i contratti secondo una mentalità anglosassone. Questi ceti borghesi diffondevano gli ideali rivoluzionari di libertà, progresso e filantropia.
Secondo i parroci gli effetti della rivoluzione socialista si abbattevano con un peso e un impatto superiore nelle campagne, creando problemi maggiori che nei centri urbani. I contraccolpi psicologici nell’animo delle persone semplici ed ignare del progresso, erano peggiori nelle borgate immobili da secoli in strutture feudali.
I fenomeni di decadenza morale emersi da tempo trovano nel clima delle “libertà liberali” il terreno adatto in cui compiere ulteriori progressi. Le “libertà liberali” erano il concentrato di idee e forze contrarie alla tradizione cristiana che andavano a spezzare le tradizioni di una cultura millenaria. Trovavano il loro punto di convergenza nei centri urbani, diventandone il substrato ideologico. Nel centro urbano confluivano anche le sinagoghe ed i gruppi pseudo cattolici che i vescovi identificano proprio nei liberali.
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